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Tv il nuovo tempio degli italiani

Il 3 gennaio 1954, alle ore 11, la televisione italiana mandò in onda la sua prima trasmissione del servizio ufficiale. Fu una data storica. Da allora la televisione avrebbe agito in profondità sul costume, sulle tradizioni, sulla cultura, cambiando molti dei riferimenti che l’Italia del dopoguerra aveva ereditato dal suo passato. Eppure, al momento della sua nascita, pochi avrebbero scommesso sul suo successo.
Quel 3 gennaio risultavano venduti in Italia 15.000 televisori, a un prezzo medio tra le 160 e le 250.000 lire (due mesi di stipendio per un impiegato di allora) e, calcolando anche le spese di impianto (altre 250.000 lire) e il canone per l’abbonamento annuale (12.550 lire), sembrava veramente che si trattasse di un lusso consentito solo ai cittadini più ricchi. Invece, nel 1959, a soli cinque anni di distanza, la televisione risultava già regolarmente seguita da venti milioni di Italiani: il 5% con televisori propri, il 15% nelle case di parenti o di amici, la stragrande maggioranza (l’80%) che assisteva ai programmi nei bar e in altri locali pubblici.
Le trasmissioni erano naturalmente in bianco e nero e andavano in onda su un solo canale, in una situazione di rigido monopolio da parte della RAI.

Fu una operazione che introdusse lentamente in tutti i settori della società italiana gli stessi gusti, le stesse mode, gli stessi valori culturali. Declinarono tradizioni regionali e parlate dialettali, cambiarono anche i divertimenti a cui si era da tempo abituati (il circo equestre, gli spettacoli di piazza, le recite parrocchiali). I telegiornali davano una informazione diretta e immediata su avvenimenti lontanissimi geograficamente e, per una popolazione che nella sua maggioranza non aveva mai letto un quotidiano, questo era un fatto rivoluzionario.
La televisione, insomma, contribuì in modo significativo alla modernizzazione e al passaggio dal modello contadino a quello industriale che caratterizzò la società italiana negli anni del boom.
 

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