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L`ETÀ GIOLITTIANA. L`ITALIA SI AFFACCIA AL NOVECENTO

L’audiovisivo, avvalendosi di materiale d’archivio, muove dalla ricostruzione dell’insieme di trasformazioni subite dall’Italia nel primo mezzo secolo di vita unitaria. L’avvento dell’energia elettrica e del motore a scoppio avevano favorito lo sviluppo industriale, sostenuto da una politica doganale che, tuttavia, non aveva giovato all’agricoltura, accentuando così il divario esistente tra il nord e il sud dell’Italia. In generale, l’aumento della ricchezza non era stato pari all’incremento demografico inducendo, nel 1901, mezzo milione di lavoratori a lasciare l’Italia.
Le riforme politiche ed economiche che questa realtà suggerì sono legate al nome di Giovanni Giolitti, passato alla storia come il più grande statista italiano dopo Cavour. Nato nel 1841 a Mondovì (Cuneo), Giolitti iniziò la sua brillante carriera politica nel 1882 come deputato di Cuneo. Nel 1889 entrò nel governo Crispi come ministro del tesoro e nel 1892 fu per la prima volta presidente del consiglio. Costretto alle dimissioni perché coinvolto nello scandalo della Banca di Roma, rientrò nella scena politica nel 1901 come ministro degli interni del governo Zanardelli. Dal 1903, salvo qualche breve interruzione, fu capo dell’esecutivo fino alla vigilia della Grande Guerra.
La sua politica interna fu contrassegnata dallo sforzo di far rientrare il conflitto con le classi operaie, la cui influenza sulla vita politica gli appariva oramai come un fatto ineluttabile, all’interno delle istituzioni. Nel 1912 venne sancito il suffragio universale maschile.
La politica estera, inizialmente cauta a livello coloniale, sfociò, nel 1911, nella guerra contro la Turchia per la conquista della Libia, che, con il Trattato di Losanna (1912), divenne una colonia italiana. Due anni dopo l’Europa intera verrà trascinata nel primo conflitto mondiale.
Nell’ Italia del dopoguerra, attraversata da crisi economica, disoccupazione e problemi di ordine pubblico, Giolitti, tornato per breve tempo al potere, dovette registrare il fallimento della sua politica tradizionale rispetto al tentativo di far rientrare nella legalità il giovane partito fascista.
Il vecchio statista morirà nel 1928 e verrà ricordato come il simbolo di “una lontana e diversa Italia, l’Italietta", come usava dire, "tollerante, colta e civile”.

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