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L`arresto di Ippolito e la fine del nucleare in Italia

L’arresto di Felice Ippolito e la sua successiva condanna a una pena pesantissima fecero scalpore in una Italia ancora poco assuefatta agli scandali politico-finanziari. Ippolito non era un tecnico qualsiasi: era uno scienziato di fama, presidente del Cnen (ora Enea), principale promotore dell’energia nucleare in Italia, ed era anche uno degli intellettuali di punta del centro-sinistra, da poco coalizione di governo. Se a questo aggiungiamo che le irregolarità amministrative che allora gli furono imputate oggi ci appaiono quasi risibili, si capisce perché il caso fa ancora discutere a distanza di quasi mezzo secolo. Il fatto è che con l’arresto di Ippolito fu bloccato irrimediabilmente lo sviluppo di un settore, quello dell’energia nucleare, che allora vedeva l’Italia all’avanguardia, anche per merito di Ippolito. In una logica ambientalista, e alla luce dell’esito del referendum dell’87 si potrebbe affermare che fu un bene. Guardando al contesto di allora, però, si può dire che fu un’occasione mancata. E che a determinare quell’episodio non fu tanto una sensibilità ambientalista che allora non c’era, quanto le pressioni di interessi politici ed economici (soprattutto petroliferi) contrari allo sviluppo del nucleare.

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