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La penna biro

Per una volta vorrei menzionare un ricordo personale: negli anni Cinquanta, più esattamente a partire dal 1953, ero un bambino che frequentava le elementari. Le nostre maestre ci tenevano moltissimo alla calligrafia, e ci imponevano l'uso delle penne all'antica, cannuccia pennino e calamaio, perché erano convinte, come lo era probabilmente la maggioranza delle maestre italiane, che quello fosse il modo giusto per farsi la mano alla scrittura. Era tollerato l'uso della stilografica; ed erano quelle col caricamento a stantuffo non erano ancora quelle a cartuccia d'inchiostro, che sarebbero arrivate soltanto verso i primi anni Sessanta. Ma difficilmente a un bambino veniva affidata una stilografica, che era un oggetto piuttosto costoso anche nelle sue versioni meno preziose. Quello che era invece vietatissimo era l'uso della pennabiro, pronunciato nei miei ricordi così, come una parola sola. Perché la pennabiro “rovinava la calligrafia”, ci dicevano le maestre. Parlando di un oggetto che però, se non era ammesso a scuola, si diffondeva sempre più rapidamente attorno a noi.

La biro in Italia è arrivata sul finire degli anni Quaranta, come in tutta l'Europa occidentale. Si tratta di una penna “a sfera”, basata sulla presenza, alla punta, non di un pennino ma appunto di una piccola pallina, e sull'uso di un inchiostro meno fluido e più viscoso di quello tipico delle stilografiche, o dei calamai usati a scuola. Era già allora molto simile a quella che usiamo oggi, e i suoi vantaggi stavano: nel costo prima di tutto, nettamente inferiore a quello delle stilografiche anche meno costose, poi nell'evitare le macchie, su fogli e anche vestiti, che accompagnavano regolarmente l'uso dei pennini e dei calamai, e poi nella fluidità della scrittura che si impose fin da modelli relativamente precoci. Penso che proprio questa fluidità fosse una delle cause del sospetto delle maestre: una scrittura troppo “facile” non impegnava il bambino a formare le lettere lentamente e una per volta e induceva a  scarabocchiare oltre e più che a scrivere.

 Il basso costo era dovuto ai materiali usati: già negli anni Cinquanta la biro era nella quasi totalità dei casi di plastiche di scarso pregio mentre le stilografiche (a parte quelle di metalli preziosi che costituivano e costituiscono tuttora un tipico regalo “importante”) erano di bachelite e metallo. Ed era dovuto soprattutto alla fabbricazione su scala industriale, che permise già negli anni Quaranta di produrre una biro per pochi centesimi di franco. A produrre la grande maggioranza delle biro in commercio era già allora la BIC, marchio inventato dal barone Marcel Bich, che aveva comprato durante la guerra il brevetto dall'inventore, l'ungherese Laszlo Biro: un giornalista che secondo la leggenda aveva avuto l'idea vedendo una biglia che lasciava una scia lungo la strada. Bich molto presto ha fatto la scelta rivelatasi vincente di puntare sulla penna usa e getta più che su quella da ricaricare.

Per l'azienda del barone francese il successo è stato da allora ininterrotto, fino al festeggiamento nel 2005 dei cento miliardi di penne vendute, quasi venti penne per ogni abitante della terra. Biro invece è morto povero, ma alla fine è suo il nome che è diventato una parola di uso comune.

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