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In ricordo di Alfredo Reichlin

In ricordo di Alfredo Reichlin, scomparso ieri, Rai Storia trasmette l’intervista esclusiva che il politico ha rilasciato all’indomani del compimento dei suoi novant’anni, celebrati il 26 maggio 2015, Alfredo Reichlin "La mia biografia non è importante" (di Enrico Salvatori – regia di Fedora Sasso)

“Ho scritto un libretto, ma non ho preteso di scrivere la mia biografia, nel senso che la mia biografia non è così importante. Ho pensato un’altra cosa, di fare un libro sulla politica, cioè sulla creatività dell’uomo, sul diritto dell’uomo di decidere del proprio destino, quali siano i soldi in tasca che ho, in nome di un disegno generale, e non particolaristico!”

Alfredo Reichlin è un testimone diretto di passaggi epocali dell’Italia dal dopoguerra in poi.

A 18 anni, dopo l’8 settembre ’43, combatte nella Resistenza nelle fila dei GAP di Roma, comandati da Giorgio Amendola e Antonello Trombadori.

Il 4 giugno 1944 Roma viene liberata dalle truppe alleate: “la liberazione di Roma… non sapevo più chi ero, vedevo questa città liberata, la sua felicità, le camionette, i ladri, le prostitute, una Roma, la Roma della gente, ed io non sapevo più chi ero, avevo perso i collegamenti. Finché, e li poi fui riagganciato dal partito, ci riunimmo per la prima volta perché noi gappisti, eravamo venti-venticinque, ma non ci conoscevamo tra noi perché c’era stata una separazione, e lì, ci incontrammo, ci abbracciammo. Una scena, una giornata di commozione indimenticabile.”

Si iscrive al Partito Comunista Italiano nel 1946, e dieci anni dopo ne diviene membro del Comitato Centrale e nel dicembre ’63 entra nella Direzione del Partito. Per due volte, nel 1957 e nel 1977, è nominato direttore dell’Unità.

La prima direzione de L’Unità si conclude dopo 5 anni, agli inizi del 1962, per dissensi con Togliatti sul significato da dare al centrosinistra e delle politiche economiche riformiste:

“Il centrosinistra, nel suo avvento, fu una cosa grossa, grandi convegni, un cultura, che era più avanzata della nostra, che si rifaceva a modelli americani, europei. Un riformismo non di classe. A quel punto, per un partito che pretendeva di essere il sale della terra, si pose un problema: che cos’è sta roba?! È un episodio o è una svolta nella realtà italiana? Fummo molto tentati da questa interpretazione, Togliatti ne dava un’altra: certamente molto importante, non dobbiamo preoccuparci. Loro ci sfidano, noi li sfidiamo, chi ha più filo tesserà, calma ragazzi! Aveva ragione lui, ma io non ero d’accordo. Per me bisognava cambiare politica, mettere in campo un disegno alternativo… ci rendemmo conto che si stava andando in un conflitto, mi chiamò e mi disse “Qui delle due l’una, o ti dimetti tu o mi dimetto io, il segretario e il direttore dell’Unità devono andare d’accordo”…e quindi mi dimisi!”

È braccio destro di Enrico Berlinguer, eletto segretario del PCI il 17 febbraio 1972.

“La grande ossessione di Berlinguer era “o diamo uno sbocco politico più avanzato”, e quindi lui cercava l’accordo con Moro, “oppure avremo una violenta reazione del sistema che non saremo in grado di controllare”. Io questo l’ho vissuto in prima persona, e noi non sapemmo risolvere questo problema, anche perché poi Moro fu ammazzato …non è che si scherzava tanto...” Quando viene ritrovato il corpo dell’onorevole Moro, il 9 maggio 1978, Alfredo Reichlin è tornato alla direzione dell’Unità da un anno. Vent’anni dopo la sua prima direzione, trova un Italia, e un mondo, profondamente mutati, ancora più difficili da raccontare.

“Noi abbiamo messo troppo tempo a capire che grande cambiamento avvenne con l’arrivo di Reagan e della Thatcher, cioè quando questa nuova destra mutava il rapporto tra la politica e l’economia, cioè come intendeva governare, con lo ha fatto in parte, la mondializzazione. Finiva l’occidentalizzazione del mondo e governava la finanza. I mercati governano, i tecnici amministrano, i politici vanno in televisione! Questo è il punto, e io credo che le nuove generazioni sentano questo, sentono che la politica non conta più niente. E finché noi non riporteremo in primo piano questo discorso, hanno ragione.”

Il PSI avanza alle elezioni del 26 giugno 1983, Craxi diventa Presidente del Consiglio e il modello neoliberista trova sbocco anche in Italia Dall’impegno politico è approdato agli studi economici, tanto che è stato ministro dell’economia dei governi ombra PCI e PDS, dal 1989 al 1992, gli anni della fine della Prima Repubblica e della guerra fredda. Nel 2007 è uno dei costituenti del Partito democratico.

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