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Il cibo in scatola

“Gli americani: mangiano gli spaghetti in scatola...”. Accompagnati da strani regali (latte condensato, uova in polvere, chewing gum ) i liberatori statunitensi furono accolti, almeno sul piano gastronomico, con sospetto, gente che godeva di grande abbondanza ma che trattava il cibo come un prodotto industriale qualsiasi, alla stessa maniera delle automobili, e che non riconosceva la superiorità degli alimenti freschi.

Nel corso degli anni Cinquanta, accompagnato dal diffondersi di uno strumento essenziale, l'apriscatole, che azionando una ruota tagliente permette di aprire in pochi secondi le scatolette di zinco, il cibo in scatola diventò in verità una presenza diffusa nelle case italiane, ma in modo ancora piuttosto selettivo. Possiamo dire che il cibo in scatola entrò nelle cucine ma ci avrebbe messo ancora molto ad arrivare sulle tavole. Il tonno in scatola, i pelati, e per preparare qualche pranzo o cena alla scelta anche le scatolette di carne, Simmenthal o argentina. Eppure, contrariamente a quello che molti pensavano, non si trattava di una novità portata dalla guerra.

La prima idea dell'inscatolamento fu sviluppata addirittura durante le guerre napoleoniche, da Nicolas Appert, che con il suo metodo di conservazione della carne per isolamento ermetico (1802) vinse un premio bandito dall'esercito francese, per chi riuscisse a risolvere il problema drammatico dell'approvvigionamento delle truppe. Poi lo zinco sostituì i barattoli di vetro, troppo fragili, ma non del tutto grazie all'avanzare dell'infrangibilità e delle tecnologie di sigillatura dei tappi; comunque lo scatolame sarebbe rimasto a lungo soprattutto usato per l'alimentazione dei militari, che risolvevano il problema dell'apertura delle scatole nel più drastico dei modi (l'ho visto ancora usare parecchio nelle caserme italiane degli anni Settanta): piantando un coltello o addirittura una baionetta.

Il vantaggio del cibo in scatola sta soprattutto nella durata: escluso dal contatto con l'aria e con i possibili agenti esterni, il contenuto conserva i valori nutritivi di base per vari mesi o addirittura per vari anni. Certo l'apporto vitaminico  si impoverisce notevolmente, ma quello proteico resta; il sapore non è proprio lo stesso ma spesso si tratta comunque di alimenti gustosi.

Anche in Italia l'uso delle scatolette è più antico di quanto spesso si immagini: è negli anni dell'unificazione che il piemontese Francesco Cirio lanciò prima i piselli poi i celebri pelati in scatola, che avrebbero avuto fama internazionale. Ed è negli anni Venti che l'azienda milanese Sada lanciò la Simmenthal, basata su un brevetto originale che usava il brodo della carne lessata per formare la gelatina.

Negli anni Cinquanta però il mercato del cibo conservato in scatolette di metallo sigillato conobbe una crescita notevolissima, entrando a far parte di un sistema di innovazioni sia nella preservazione del cibo (il frigorifero e più tardi i surgelati) sia nella preparazione (la cucina a gas) degli alimenti. Il cibo in scatola permetteva di improvvisare pasti in qualsiasi momento senza avere prima fatto la spesa, e di tenere scorte anche durature. Forniva anche dei “semilavorati”, cibi in parte già pronti per la tavola, o per lo meno che richiedevano minor lavoro di preparazione: dai pomodori già pronti per la padella, alla zuppa che richiedeva solo di essere riscaldata (e alla quale Andy Warhol avrebbe dato notorietà internazionale anche artistica). Ma forse fu proprio questo vantaggio tecnologico a motivare la duratura diffidenza verso gli alimenti in scatola: ancora oggi se parlate di spaghetti in scatola vedrete le facce disgustate di tutti, e immagino anche di voi ascoltatori. In Italia, i buoni piatti sono quelli preparati sul momento.

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