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Giovanni De Luna: La morte di Falcone e la svolta nella lotta alla mafia

Nel tragitto da Punta Raisi a Palermo, all'altezza dello svincolo autostradale di Capaci, un ordigno di potenza inaudita travolge la Fiat Croma blindata su cui viaggia il giudice Giovanni Falcone e le due auto della scorta. Falcone è, insieme a Borsellino, il simbolo della lotta dello Stato alla mafia, esemplificata dal maxiprocesso, che mette alla sbarra i più importanti boss di Cosa Nostra e termina ,il 16 dicembre 1987, con la condanna per 360 dei 475 imputati. Nell’esplosione, perdono la vita Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti Rocco Di Cillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro. Come osò tanto la mafia?Negli anni Ottanta la criminalità organizzata (la mafia siciliana, soprattutto, ma anche la camorra, in Campania, e la ’ndrangheta, in Calabria) sferrò il suo attacco frontale alle istituzioni, a partire dall’assassinio del prefetto di Palermo, il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa (1982). Utilizzando una vasta rete di complicità, estesa al mondo della politica e degli affari, la mafia si era data da tempo una precisa fisionomia organizzativa (Cosa Nostra), con un vertice (la “cupola”) che era una sorta di stato maggiore politico-militare. Fu allora che cominciò a operare come un vero e proprio esercito di occupazione in lotta contro lo Stato, controllando estese aree soprattutto nelle regioni meridionali e guidando le sue truppe in azioni “di guerra”. Furono assassinati così due magistrati-simbolo della lotta alla mafia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, trucidati rispettivamente il 23 maggio e il 19 luglio 1992. Lo stato reagì. Nel solo 1993, circa 22000 persone furono investigate per associazione mafiosa.
Con la cattura di Totò Riina (15 gennaio 1993), ritenuto il capo di Cosa Nostra, si registrò una netta inversione di tendenza, e lo Stato, grazie anche ai numerosi “pentiti” che rivelarono i segreti più riposti dell’organizzazione mafiosa, segnò una serie di significativi successi.

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