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Estate 1964

 Estate 1964

ESTATE 1964

 

Una mattina di giugno, assieme a mio padre, che, oltre ad andare a trovare suo fratello, intendeva perorare la mia causa, che era poi anche la sua, andai dunque a sant’ Agata Bolognese, dov’era in fase di allestimento il nuovissimo e moderno insediamento industriale da adibire alla produzione di parafanghi per motociclette,  dove la ditta Paioli, che era il cognome da ragazza di mia zia, intendeva trasferirsi da via Casoni, quartiere Fiera, collocandosi di fianco ad un altro stabilimento, che era sul posto già da qualche tempo: le officine meccaniche Lamborghini, una fabbrica di automobili destinata a diventare famosa nel mondo per i suoi modelli sportivi che portavano, e portano ancora oggi, i nomi delle razze più note dei tori da combattimento.

Naturalmente mio zio, che era uno che sapeva vivere, che era un appassionato di auto da corsa, e se le poteva permettere, che in gioventù aveva partecipato ad un paio di mille miglia, piazzandosi sempre, era diventato un grande amico del titolare di quella impresa, il mitico Ferruccio, non ancora commendatore ma già lanciatissimo nella sua incredibile avventura nel campo dell’automobilismo planetario.

Dopo i saluti di rito, ed una visita frettolosa al cantiere, zio Attilio ci guidò nell’azienda accanto, sapendo quanto mio padre ed io fossimo fanatici di motori, come lui del resto, che aveva la nostra stessa mappa genetica, per farci conoscere il suo nuovo vicino ed amico, e, sotto sotto, per andare a curiosare sulla produzione di quelle che sarebbero diventate, col tempo, alcune delle macchine più desiderate nella storia dell’automobile.

Il non ancora famoso rivale di Enzo Ferrari era un uomo grande e grosso, sulla cinquantina, dalla risata contagiosa, che mi ricordava Victor Mc Laglen, uno degli attori coprotagonisti più presenti nei film di John Ford, il quale ci accolse in quelli che chiamava “i miei poderi”, per non tradire le proprie origini agricole, con cordialità e confidenza, forse anche perché con mio zio e con mio padre si sentiva a proprio agio, dal momento che parlavano tutti e tre la stessa lingua, quella delle bielle e dei pistoni, dei cambi e delle frizioni, dei differenziali e delle sospensioni, e via così da un reparto all’altro della fabbrica, dove, durante il tragitto, mi beavo dietro a quei tre uomini che ammiravo, ascoltandoli mentre disquisivano con rigore e competenza di problemi meccanici, e fantasticavo davanti a quei sogni su quattro ruote che prendevano corpo man mano che procedevamo nella visita.

In fondo allo stabilimento due scale portavano l’una in un settore dove stava scritto sulla porta d’accesso “Amministrazione”, l’altra, di fronte, dove stava scritto “Progetti”.

“Paioli” disse l’omone, attribuendo a mio zio il nome della ditta di cui lo sapeva titolare, come  usava tra loro industriali, “ti voglio far vedere una cosa che vi lascerà a bocca aperta”.

Al centro della sala progetti stava un modello di legno, a grandezza naturale, di quella che sarebbe diventata, a giudizio di molti, la più bella auto sportiva di tutti i tempi: la Lamborghini Miura GT, della quale quel modello di studio mostrava già quasi per intero le caratteristiche. Il profilo, ondulato e filante, iniziava con il muso abbassato oltre ogni limite e finiva con un accenno di spoiler sulla coda; il vano motore, collocato al centro della macchina, dietro i due sedili, era alla base del concetto fondamentale della distribuzione ottimale dei pesi; la linea di cintura, anch’essa incredibilmente bassa, faceva pensare più a una “barchetta”, modello da corsa privo di ogni montante ideato dalla Touring, che ad una coupè; mancavano i dettagli naturalmente, primi fra tutti le cosiddette “ciglia”, che nel modello definitivo sarebbero diventati ornamento caratteristico dei fari, per il resto era quella che ancora oggi ammiriamo nei raduni di auto storiche,  nelle aste più prestigiose, nei musei di arte moderna.

Restammo veramente a bocca aperta, di fronte a un progetto così  ardito e avveniristico, e la tacita domanda che ci venne spontanea fu: diventerà mai una macchina vera, che potremo vedere in circolazione?

Il buon Ferruccio parve leggerci il dubbio in faccia, e ci rassicurò. “Non dubitate, questa la metto in strada, a costo di mangiarmi il fegato, dovessi rimetterci tutto quello che ho, se non altro per fare un dispetto a quel rottinculo che sta a Modena, che il lunedì ha la fortuna di vedere il suo nome stampato gratis su tutti i giornali”.

Disse proprio così, alludendo al suo ben più blasonato rivale di Maranello, e mantenne la parola.

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