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L’emigrazione antifascista

Il Novecento italiano è il secolo dell'emigrazione. Milioni di nostri connazionali sono costretti ad andare all'estero per trovare migliori condizioni di vita. Ma durante il ventennio fascista, negli anni Venti e Trenta, migliaia di italiani lasciano il nostro paese solo per paura, per sfuggire alla violenza, se non addirittura alla morte.

A “Il Tempo e la Storia”, il programma di Rai Cultura, Massimo Bernardini ne parla con il professor Giovanni Sabbatucci.

L'emigrazione antifascista ha diverse fasi, ma inizia già all'indomani della marcia su Roma, nell'ottobre 1922. Le squadracce fasciste impongono la legge del manganello e costringono all'espatrio molti oppositori del regime: rappresentanti locali dei partiti e dei sindacati, operai, contadini, persone “comuni”.

Con la sterzata autoritaria del 1925-26, devono lasciare il paese anche i dirigenti politici dei partiti di opposizione: figure importanti, come Gaetano Salvemini, Claudio Treves, Filippo Turati, Don Luigi Sturzo, Pietro Nenni, Sandro Pertini, Giuseppe Saragat, Carlo Sforza, Palmiro Togliatti.

Per loro inizia un’avventura - quella della lotta al regime condotta dall’estero - che si concluderà solo con la fine della Seconda Guerra Mondiale e la Liberazione del nostro Paese.

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