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Emigrazione nel dopoguerra

Il Nord Europa, ma non solo: il sogno di un lavoro per migliaia di italiani all’indomani della guerra. Un desiderio di lasciarsi alle spalle la povertà e le devastazioni favorito anche dal governo. Durerà dal 1946 al 1973 quando, per la prima volta, il numero degli italiani che tornano in patri supera quello degli emigranti. 

Si comincia dal maggio del 1946: l’accordo commerciale tra Italia e Belgio, il primo dei molti siglati anche per aiutare l’emigrazione e il lavoro degli italiani all’estero. “L’emigrazione – dice la professoressa Salvatici - è funzionale alla disoccupazione, la alleggerisce. E poi ci sono le rimesse, che sono sempre state un elemento importante dell’emigrazione e a livello della percezione collettiva sono state molto studiate. Elemento importante nel secondo dopoguerra è che il governo ne è consapevole, promuove e cerca di controllare il processo di migrazione”.

Si tratta, però, di situazioni che celano anche molte ombre sulle condizioni di lavoro e di discriminazione. Una realtà che gli accordi di Roma del 1957 – dove si prevede, tra l’altro, la libera circolazione delle persone in Europa – non cambiano di molto.

Ma si continua ad emigrare, anche oltreoceano, fino all’Australia. A volte clandestinamente. “Duecentomila lavoratori italiani – aggiunge la docente -  vanno in Australia dove c’è un’economia che non è nemmeno paragonabile all’economia postbellica italiana. Ma il grande mito resta l’America”.

E c’è, poi, l’emigrazione nel nord Italia negli anni Sessanta. Così, soprattutto il Sud, si svuota e ci sono casi emblematici come quello di Frattura, in Abruzzo, dove – nel 1965 – vivono solo donne, in attesa del ritorno dei mariti.

Ma c’è un altro aspetto, meno conosciuto, raccontato da “Il Tempo e la Storia”: quello dei lavoratori specializzati che dal nord Italia si spostano verso i nuovi poli industriali del Mezzogiorno. “Si sviluppa – conclude Silvia Salvatici - una manodopera qualificata: i colletti bianchi che vanno a lavorare nei grandi poli industriali del sud. Questo impedisce il processo di crescita professionale di manodopera locale e quindi un'incapacità di questi poli industriali del sud di promuovere una crescita territoriale e sociale”.

Emigrazione nel dopoguerra
Silvia Salvatici
di Fabio Bottiglione

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