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DIARIO CIVILE - FRONTE DEL CARCERE, il caso Galvaligi/ D`Urso

È l’ultimo giorno dell’anno, il 1980, sono le sette di sera. In una Roma che si prepara ai festeggiamenti, il generale dei Carabinieri Enrico Riziero Galvaligi torna dalla messa insieme alla moglie. Ad aspettarlo davanti al portone di casa ci sono due giovani fattorini. Devono consegnargli un cesto natalizio. L’involucro di cellophane avvolge otto bottiglie di vino, torrone, dolciumi. Una strenna non si rifiuta. Il generale porta la mano alla tasca per cercare qualche spicciolo di mancia. Uno dei ragazzi gli spara, due, tre, cinque colpi. Il generale crolla a terra, due proiettili lo hanno colpito al cuore. Un omicidio, firmato delle Brigate Rosse, ripercorso da “FRONTE DEL CARCERE. Il caso Galvaligi – D’Urso”, di Giovanna Massimetti, con la regia di Ian Degrassi, in onda su Rai Storia, per il ciclo “Diario Civile – Terrorismo”, con un’introduzione del Procuratore Nazionale Antimafia, Franco Roberti.

Il generale, amico e collaboratore di Dalla Chiesa, è vice comandante dell'Ufficio per il coordinamento dei servizi di sicurezza nelle carceri presso il Ministero di Grazia e Giustizia. Il suo omicidio è legato a doppio filo al sequestro D’Urso, magistrato rapito dalle Br a Roma il 12 dicembre 1980. Al momento del sequestro, Giovanni D’Urso è a capo della “Direzione generale degli istituti di prevenzione e pena” presso il Ministero di Grazia e Giustizia, lo stesso per cui lavora Enrico Galvaligi. L'obiettivo delle Br è chiaro: colpire i vertici del sistema penitenziario. Sul finire del 1980, con gran parte dei suoi militanti reclusi, la nuova strategia del partito armato privilegia infatti il fronte delle carceri. “Chiudere immediatamente il carcere dell’Asinara”, è il ricatto delle Br per la liberazione del magistrato. Il Paese si divide tra  “fronte della fermezza” e “fronte della trattativa”. Sembra di rivivere  i giorni del sequestro Moro. 

Il 28 dicembre scoppia una rivolta nel carcere di massima sicurezza di Trani. I detenuti prendono in ostaggio 18 agenti di custodia, rivendicano il sequestro del magistrato D’Urso e chiedono la chiusura delle carceri speciali. Il giorno successivo intervengono le teste di cuoio del GIS (Gruppo Intervento Speciale), il nuovo reparto dei Carabinieri istituito da Cossiga nel 1978. A coordinare l'operazione, da Roma, è il generale dei carabinieri Enrico Galvaligi. Il blitz è un successo: l'azione, rapida e violenta, non provoca morti, i GIS liberano gli ostaggi e riportano l’ordine nel supercarcere. La colonna romana delle Br reagisce con feroce rapidità: solo due giorni dopo, la sera di San Silvestro, Pietro Vanzi e Remo Pancelli uccidono il generale Enrico Galvaligi.

Il  4 gennaio le Br annunciano la condanna a morte di D’Urso. Ma la sentenza è sospesa: in cambio della sua vita, le Br chiedono ai maggiori quotidiani di pubblicare i comunicati dei comitati di lotta delle carceri speciali. Di nuovo le lacerazioni nella politica e nell’opinione pubblica. Ma ora a essere chiamati direttamente in causa sono gli organi di informazione: pubblicare e cedere al ricatto oppure opporsi e mettere a repentaglio la vita del magistrato? Quasi tutti i grandi quotidiani nazionali, a cominciare dal “Corriere della sera”, si schierano contro la pubblicazione. Sul fronte del sì c’è “l’Avanti”, il “Lavoro di Genova”, “Il Manifesto”. I Radicali offrono alla famiglia D’Urso il proprio spazio nella Tribuna politica che la Rai mette a disposizione dei partiti. Il 12 gennaio Lorena D’Urso, figlia maggiore del magistrato, lancia dalla Tribuna politica Flash un appello ai brigatisti e legge stralci dei comunicati Br. Il giorno dopo, anche “Il Messaggero” di Roma decide di pubblicare. La mattina del 15 gennaio 1981 Giovanni D’Urso viene trovato in via Portico d’Ottavia a Roma. È  imbavagliato e legato dentro una Fiat127, provato e infreddolito: ma è vivo.

Il documentario raccoglie le testimonianze e gli interventi di  Paolo Galvaligi, figlio di Enrico; Vittorio Emiliani, direttore del “Messaggero” dal 1980 al 1987; Monica Galfré, docente di Storia contemporanea presso l'Università di Firenze; Daniele Protti, giornalista, allora a “Il Lavoro di Genova” diretto da Giuliano Zincone; Massimo Teodori, al tempo deputato radicale, che si recò in delegazione nel supercarcere di Trani. Arricchiscono la puntata le riprese originali girate nella sezione di massima sicurezza del carcere di Trani, con le testimonianze di agenti di polizia penitenziaria tenuti in ostaggio durante la rivolta e un operatore del Gruppo di Intervento Speciale che partecipò al blitz.

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